5 LUOGHI ICONICI PER PATTI SMITH IN “JUST KIDS”

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  1. CBGB

“CBGB!” urla qualcuno tra il pubblico del Politeama Rossetti di Trieste che assiste al concerto di Patti Smith (25 e 26 novembre 2019), accompagnata da Tony Shanahan. «Ha chiuso 13 anni fa» risponde secco Tony. «Create voi il vostro CBGB, qui. È uno stato mentale», aggiunge Patti. Ma dopo un po’ torna sull’argomento: «Scusate, non posso fare a meno di pensare al CBGB, a quell’odore di piscio di cane e di vomito umano che si sentiva. Proprio quello che piace a voi eh? Voi dite CBGB. Io dico ROSSETTI». Questo per far capire quanto certi luoghi restino nell’immaginazione anche di chi non li ha mai visitati.

Nel suo memoir “Just Kids” (Feltrinelli 2010) la Smith scrive:

«Ci fermammo in un localino sulla Bowery chiamato CBGB. Avevamo promesso al poeta Richard Hell che saremmo passati a dare un’occhiata alla band in cui suonava il basso, i Television. (…) Venivo spesso in questa zona della Bowery per far visita a William Burroughs, che viveva qualche isolato più a Sud del locale, in un posto chiamato Bunker. Era una via di ubriaconi che spesso avviavano un fuoco dentro grossi bidoni dell’immondizia per tenersi al caldo, cucinare oppure accendere le sigarette; se si lasciava correre lo sguardo lungo la Bowery si vedevano quei fuochi baluginare fino alla porta di William (…) Il CBGB era un locale stretto e lungo col bancone del bar sul lato destro della sala, illuminata dalle insegne al neon che reclamizzavano le varie marche di birra. Il palco era basso, sulla sinistra, fiancheggiato da un murales di fotografie che ritraevano bellezze di fine secolo intente a fare il bagno. Al di là del palco c’era un tavolo da biliardo, e in fondo al locale una cucina sudicia e una stanzetta dove il proprietario, Hilly Krystal, lavorava e dormiva col suo cane saluki, Jonathan».

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  1. CENTRAL PARK

La New York raccontata da Patti in quel libro è quella di fine anni’60 – primi ’70 e molti dei locali citati non esistono più (è comunque interessante visitare le location e vedere da cosa sono stati sostituiti) ma ci sono anche tanti posti che potete visitare: a Central Park, vicino alla statua del Cappellaio Matto potete immaginare una giovane Patti nel ’67, arrivata a New York con un fagotto di stracci pronta a dormire le prime notti sulle panchine.

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  1. CHELSEA HOTEL

Esiste ancora il Chelsea Hotel, di cui la Smith scriveva:

«(Al Chelsea Hotel) considerato quanto pagavamo avremmo potuto permetterci un alloggio spazioso nell’East Village, ma abitare in questo albergo eccentrico e dannato ci garantì un senso di sicurezza e un’istruzione stellare. La benevolenza che ci circondava fu la prova che il Fato tramava per aiutare i suoi figli entusiasti».

«(…) entrai con nonchalanche nell’El Quixote. Era un bar-ristorante adiacente all’hotel, comunicava con l’atrio grazie a una porta interna, e questo ci dava l’impressione che fosse il nostro bar, come in effetti era stato nei decenni precedenti. Dylan Thomas, Terry Southern, Eugene O’Neill e Thomas Wolfe erano tra quelli che lì avevano alzato un bicchiere di troppo (…) Al tavolo alla mia sinistra Janis Joplin teneva banco con la sua band. Più lontano, sulla destra c’erano Grace Slick e i Jefferson Airplane, assieme ai componenti dei Country Joe and The Fish. All’ultimo tavolo di fronte alla porta c’era Jimi Hendrix, il capo chino, mangiava col cappello in testa (…) i musicisti erano dappertutto.

Restai là in piedi, affascinata, senza tuttavia sentirmi un’intrusa, il Chelsea era la mia casa e El Quixote il mio bar. Non c’erano addetti alla sicurezza, né un pervasivo senso di esclusività. Erano tutti qui per il festival di Woodstock (…) Non avrei mai potuto prefigurarmi che un giorno avrei intrapreso il loro cammino. A quel tempo ero ancora una libraia di ventidue anni allampanata che arrancava tra parecchie poesie incompiute».

«Il Chelsea era una casa di bambole ai Confini della Realtà con un centinaio di stanze, ciascuna un piccolo universo. (…) Amavo quel posto, la sua eleganza trasandata, e quella sua storia che si teneva così stretta. Alcune voci raccontavano che bauli di Oscar Wilde languissero nelle stive del seminterrato, che spesso finiva allagato. Qui Dylan Thomas, sommerso da poesie e alcol, aveva trascorso le sue ultime ore. Thomas Wolfe si era fatto strada a fatica tra le centinaia di pagine del manoscritto che aveva dato vita a Non puoi tornare a casa. Bob Dylan aveva composto Sad-Eyed Lady of the Lowlands sul nostro pianoforte, e si diceva che Edie Sedgwick, sotto l’effetto dello speed, avesse dato fuoco alla camera mentre si appiccicava spesse ciglia finte a lume di candela».

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  1. CONEY ISLAND

Troverete quasi tutto come descritto a Coney Island, la meta preferita di Patti e Robert Mapplethorpe con irrinunciabile tappa da Nathan’s e i suoi hot dog.

«Mi era sempre piaciuto arrivare a Coney Island. La sola idea di poter raggiungere l’oceano con la metropolitana era magica (…) Per me non c’era nulla di più affascinante di Coney Island con la sua sabbiosa innocenza. Era il posto perfetto per noi: le giostre decadenti le insegne scrostate dei giorni andati, zucchero filato e bamboline Kewpie in cima a un bastoncino, abiti di piume e cilindri sbrilluccicanti. Passeggiavamo tra gli ultimi rantoli dei teatrini; avevano perso il loro smalto, però reclamizzavano ancora stravaganze umane come il ragazzo dalla faccia d’asino, l’uomo alligatore, la ragazza con tre gambe (…) raggiungemmo la fine del lungo molo dei pescatori; laggiù c’era un chiosco che vendeva caffè e cioccolata calda (…) era uno dei posti che prediligevo, e spesso fantasticavo di poter lavorare lì, e di vivere in uno dei vecchi casamenti di fronte a Nathan (…) Il molo venne spazzato via da una forte tempesta durante gli anni ottanta ma Nathan’s, il posto preferito di Robert, rimase in piedi».

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  1. ST. MARK’S CHURCH

Inaugurata nel 1799, tra le chiese più antiche di New York, Patti tenne il suo primo reading alla chiesa di St. Mark il 10 febbraio 1971.

«Gregory Corso mi portò al St. Mark’s Poetry, un collettivo di poesia che aveva sede nella storica chiesa sulla Decima Est (…) Gregory Corso, Allen Ginsberg e William Burroughs furono tutti miei maestri; ciascuno di loro bazzicava l’atrio del Chelsea Hotel, la mia nuova università».

 

Di recente ha dichiarato:

«Amo Tompkins Square Park e St. Mark’s Church, perché sembrano ancora esattamente come sono sempre state. St. Mark’s Church o B&H… mi piacciono le cose che sono sopravvissute. Adoro Russ & Daughters, insomma sono commossa che questi posti ci siano ancora».

 

Elisa Russo

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Patti Smith and Robert Smith, New York

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“Modern Love”: le location della serie Amazon

Tratta dall’omonima rubrica (e il podcast) del New York Times ispirata a storie vere di relazioni di ogni tipo (“esplora l’amore a New York in molte forme, romantico, universale, famigliare, platonico, per sé stessi”) con un super cast che include Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada), Tina Fey (Mean Girls), Andy Garcia, Dev Patel (The Millionaire), Julia Garner, Catherine Keener, John Slattery e molti altri, la serie “Modern Love” è stata lanciata da Amazon Prime Video il 18 ottobre 2019. Amicizie improbabili, amori persi e ritrovati, matrimoni in crisi, appuntamenti, famiglie non convenzionali: storie uniche e al tempo stesso universali, sullo sfondo inconfondibile di una New York viva e pulsante. Senza svelare troppo della trama (davvero consigliata la visione) vediamo di seguito le principali location degli otto episodi di questa prima stagione (già confermata una seconda).

 

1 When The Doorman Is Your Main Man (Quando il portiere è il tuo miglior amico)

 

«La nostra era una comune e non riconosciuta amicizia, quella tra una donna che vive a New York, single e sola, e un portiere che se ne prende cura, comportandosi come guardiano, guardia del corpo, confidente e figura paterna».

Maggie vive in un elegante appartamento a Prospect Heights, Brooklyn nel lussuoso edificio, costruito nel 1926, Copley Plaza (con una vista spettacolare su Prospect Park e Grand Army Plaza) nei pressi della Brooklyn Public Library. Uno di quegli edifici in cui non può mancare il portiere 24 ore su 24, in questo caso Guzmin, figura di riferimento per la protagonista. La ragazza, alla ricerca di una relazione stabile, fa diversi incontri e i partner vengono in qualche modo sottoposti al giudizio del protettivo Guzmin. Quando rimane incinta, decide di comunicarlo al ragazzo inglese con cui sta uscendo e si danno appuntamento al Glady’s, ristorante caraibico a Franklin Avenue, Crown Heights sempre a Brooklyn, che è stato la location anche per Luke Cage di Netflix – di recente la facciata d’ingresso è stata restaurata e quindi risulta diversa da come vista nello show. In una scena si vede Maggie uscire dalla fermata della subway Franklin Avenue Station. Accanita lettrice, Maggie in diverse scene legge un libro, in particolare in una scena ha in mano “Trespass: A History of Uncommissioned Urban Art” su una panchina accanto al Gay Liberation Monument, monumento che raffigura la scultura Gay Liberation dell’artista George Segal, situata a Christopher Park lungo Christopher Street nel Greenwich Village.

Il finale dell’episodio è girato all’American Museum of Natural History nell’Upper West Side di Manhattan, sulla Central Park West, fra la 79a Strada e il Central Park.

Il personaggio che ha ispirato Guzmin è tuttora portiere nell’Upper West Side.

 

 

2 When Cupid Is a Prying Journalist (Quando Cupido è una giornalista indiscreta)

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«Lanciai un’ultima domanda: “Sei mai stato innamorato?” Disse che nessuno glielo aveva mai chiesto in un’intervista. “Sì”, rispose alla fine. “Ma me ne sono reso conto solo quando era troppo tardi”. Poi mi chiese di spegnere il registratore. Pigiai stop».

 

Joshua, CEO di una app di appuntamenti, è intervistato da una giornalista del New York Times di nome Julie; si incontrano al secondo piano dell’hotel Arlo NoMad (Midtown, Manhattan) poi si spostano su una panchina di Washington Square Park. Joshua ripercorre la sua storia d’amore con Emma che comincia (e riprende dopo che i due si sono persi) allo zoo del Bronx – al 2300 di Southern Blvd, le comprerà l’anello di fidanzamento nella gioielleria Gorjana nel West Village (298 West 4th Street). L’episodio si svolge in parte a Hastings-on-Hudson, nella contea di Westchester.

 

3 Take Me as I Am, Whoever I am (Prendimi come sono, chiunque sia)

 

«La mia vita privata era un’altra storia. In amore non ci si può nascondere. Devi lasciare che l’altro sappia chi sei, ma io non avevo idea di chi fossi di momento in momento».

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Lexi, ragazza bipolare, è soggetta a violenti sbalzi d’umore, dalla depressione all’euforia; in un momento decisamente “up” incontra Jeff dentro al Fairway Market Red Hook (480-500 Van Brunt St, Brooklyn) accanto si può notare il Brooklyn Crab (24 Reed St). Nella sua testa ne nasce un balletto in stile “La La Land”. La casa di Lexi è al 256 di Mott Street, accanto a Eli Halili, negozio di gioielleria e design a Nolita. Sicuramente uno degli episodi più toccanti della serie.

 

4 Rallying to Keep the Game Alive (Riunirsi per tenere vivo il gioco)

 

«Ci siamo riuniti, non con la determinazione tipica dell’adrenalina che pompa per vincere ad ogni costo, ma con la pazienza e il controllo derivanti dal non volere che finisca: non l’estate, non l’infanzia di nostro figlio, non questa partita, mai».

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Sarah e Dennis, in una scena abbastanza buffa, dopo aver visto “La Marcia dei Pinguini” al Village East Cinema (181-189 Second Avenue) realizzano che il loro matrimonio potrebbe essere in crisi. Si affidano alla terapia di coppia, lo studio della terapista si trova al 333 Central Park West. La specialista suggerisce loro di trovare un hobby condiviso e i due decidono di giocare a tennis, la maggior parte delle scene è girata al Central Park Tennis Center (West 96th Street &, Central Park West). In una scena la coppia assieme ai figli mangia al Caffè Vita Roasting company (124 Ludlow St).

 

 

5 At the Hospital, an Interlude of Clarity (In ospedale, una parentesi di lucidità)

 

«Non c’è mai un buon momento per cadere dal divano su un bicchiere di Martini e cominciare a perdere una pericolosa quantità di sangue, ma che sia accaduto nel bel mezzo di un promettente appuntamento, è un momento particolarmente poco indicato».

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Yasmine e Rob: un primo appuntamento che va davvero storto, lui finirà sanguinante in ambulanza e poi in ospedale ma lei gli starà accanto e avranno la possibilità di conoscersi. Bella la scena finale in cui i due chiacchierano su una panchina dell’Elizabeth Street Garden, gemma nascosta di Nolita (tra Prince e Spring Streets).

 

 

6 So He Looked Like Dad. It Was Just Dinner, Right? (E così sembrava papà, ma era solo una cena giusto?)

 

«Era molto bello. Indossava maglioni dolcevita grigi e profumava di dopobarba alla menta e vecchi libri. Aveva 55 anni e aveva divorziato di recente per la seconda volta. Era mio padre. Non era davvero mio padre».

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Una strana relazione platonica tra Maddy che sviluppa un interesse per un collega molto più grande di lei, sul quale proietta la figura del padre che ha perso quando aveva 11 anni. Tra le location esterne: il Carl Schurz Park, nell’Upper East Side di Manhattan (East 86th Street &, East End Ave) e il Central Park Zoo.

 

 

7 Hers Was a World of One (Il suo era un mondo per una)

 

«Non c’erano garanzie che scegliere un’adozione aperta ci avrebbe fatto avere un bambino più in fretta… Anzi, la nostra agenzia ci aveva avvertiti che, come coppia di uomini gay, saremmo potuti andare incontro a una lunga attesa».

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Nella vita dell’inquadrata coppia gay Tobin e Andy in circa di un neonato da adottare irrompe Karla, ragazza homeless, incinta, che arriva nel loro appartamento nell’East Village (37 East 7th Street), nei pressi si può notare il McSorley’s Old Ale House, la più antica taverna irlandese a New York (per il New York Magazine, nella top 5 dei bar storici) e, con tanto di insegna in cirillico, il Streecha Ukrainian Kitchen. Oltre a un irresistibile intreccio tra la volpina di pomerania della coppia e il retriver di Karla (con una scena girata al Cooper Square Veterinary Hospital – 211 E 5th St), da segnalare un cameo di Ed Sheeran.

 

 

8 The Race Grows Sweeter Near Its Final Lap (La corsa diventa più dolce vicino all’ultimo giro)

 

«L’amore da anziani è diverso. Nei nostri 70 e 80 anni avevamo attraversato abbastanza alti e bassi nella vita da sapere chi eravamo, e avevamo imparato a scendere a compromessi. La linea del traguardo si stava avvicinando».

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Oltre a introdurre due nuovi personaggi, Margo e Kenji, che vivono una storia d’amore in età avanzata, condividendo anche la passione per la corsa (fino alla morte di lui), tornano in gioco tutti i personaggi delle precedenti puntate. Margo, uscita dal funerale di Kenji imbocca Congress Street e comincia a correre, passando Cobble Hill Park, percorre Clinton Street. I protagonisti del secondo episodio, lo sviluppatore di app d’incontri e la giornalista, si incontrano davanti al Cornelia Street Café nel Greenwich Village (29 Cornelia St – purtroppo chiuso nel 2019), la bella ragazza bipolare passa in bicicletta in Prince St., i protagonisti della disavventura ospedaliera si incontrano al Soogil nell’East Village (108 E 4th St), poi si rivedono location come il Museo di Storia Naturale e il Carl Schurz Park, e sotto la pioggia si conclude questa prima bella stagione di “Modern Love”.

Elisa Russo

Intervista a Roger Ramone.

Grandissimo Roger! Benvenuto nel mio blog! One! Two! Three! Four!
Ciao a tutti, sono Ruggero Brunello, in arte Roger Ramone, nato il primo marzo come Roger Daltrey. Sono un deejay, cantante e autore rock classe 1967, che ha tradotto libri legati al football e alle sottoculture musicali britanniche, nonché la biografia di Bon Scott e quella dei Ramones, scritta dal loro tour manager Monte A. Melnick, che è anche il mio testimone di matrimonio assieme a Danny Fields. Sono uno che da del Tu alla vita, una cosa che va molto vicina all’entusiasmo di Ricky Russo 😉

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A livello di entusiasmo per New York riconosco che sei l’unico in grado di battermi! E ormai, sei considerato ufficialmente “Il Quinto Ramone”. Come sei entrato in contatto con tutti i personaggi newyorchesi collegati ai Ramones?
Batterti sull’entusiasmo è davvero un’impresa, ma riconosco che potremmo giocarcela al totofinish – ma non sarebbe mai una gara, bensì una festa 😉
Anche “Il Quinto Ramone” è un titolo che fa gola a molti e molti lo meritano davvero, come Arturo Vega e Monte; diciamo che amo i Ramones classici e la loro essenza originale quasi come la mia piccola Vania. Sono stato a NYC per quattro volte e sarò qui per la quinta mentre leggerete questa intervista: la prima volta per due settimane, la seconda per sposarmi e per il viaggio di nozze, la terza per il 40° di “Ramones” – e sono andato anche al 40° del Roundhouse a Londra con Danny -, la quarta per accompagnare assieme al mio socio Compa un gruppo di amici “Sulle Orme Dei Ramones” e per partecipare con membri della mia band The Denims e di On My Arms, Duracel, Derozer e SuperHype al Joey Ramone Birthday Bash – billed come The Italians e invitati da Mickey Leigh e John Holmstrom – e la quinta volta per una seconda edizione di “Sulle Orme dei Ramones” ma con un invito ad esibirci dal vivo alla Bowery Electric.
La cosa che mi piace di più di questa città è LO STILE. I quartieri, le case, le strade, i tetti, la musica. I ponti. Ogni individuo connotato trasmette così tanto carisma che sembra quasi una micro-scena formata da una sola persona.
Non mi sono ancora trasferito perché mia moglie è professoressa e vice preside, ma solo finché non le troverò una scuola qui a New York!
I personaggi legati ai Ramones li ho conosciuti con la mia proverbiale non-timidezza: scrivendo loro un messaggio e chiedendo di incontrarci, come con Monte. Qualcuno me lo hanno presentato – grazie all’estro di Compa ho conosciuto Roberta Bayley e David Godlis – qualcuno l’ho riconosciuto, ma davvero non ho nessun problema a rapportarmi con persone famose oppure celeberrime o, ancora, famigerate.
Ho chiesto e ottenuto di tradurre “On The Road With The Ramones” scritto da Monte, che poi abbiamo invitato con l’Home Rock Bar a presentare il libro all’Home Festival, e Monte mi ha raccomandato a Danny Fields. Sono stato interprete e accompagnatore di Danny in occasione della sua mostra di foto in Italia e, deciso con Vania che ci saremmo sposati, ho chiesto ai due di farci da testimoni e hanno subito accettato. Allo stesso modo, mentre stavo per partire per NYC, ho chiesto ai ragazzi del Treviso Comic Book Festival se avrebbero avuto piacere di invitare John Holmstrom e mi hanno detto di sì, e così, l’ho invitato al mio matrimonio, scrivendogli su Facebook e conoscendolo due ore prima di sposarmi! Queste persone hanno fatto sì, comprendendo la mia natura identica alla loro, che io potessi incontrare e conoscere anche molti altri personaggi del Punk, musicisti, fotografi, autori e gestori. Una scena incredibile e allo stesso tempo molto naturale, per me.

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Monte A. Melnick, Ruggero & Vania, Danny Fields a Coney Island.

Raccontaci delle tue nozze con Vania a Coney Island…
Devo dirti che sposarsi sul molo di Coney, con la Wonder Wheel dietro ed una volta completamente azzurra, un manipolo di amici e mia madre, con Danny Fields che ci guarda e sorride – si è presentato con Gillian McCain, una ragazza eccezionale che tra l’altro ha scritto il libro “Please Kill Me” assieme a Legs McNeil – e Monte che ci strizza l’occhio è stata un’emozione incalcolabile. Con queste persone abbiamo sviluppato un’amicizia proprio speciale e ne sono veramente fiero. Una cosa che scalda il cuore e magnifica la passione.

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Hai tradotto in Italia il libro di Monte A. Melnick, tour manager dei Ramones, peccato che è andato esaurito subito… E’ prevista una ristampa?
A dire il vero io ne ho ancora qualche copia. Chiedetemela! Tradurre questo libro dopo aver promesso personalmente a Monte due anni prima che sarei riuscito a farlo è stato fantastico e anche molto sofferto. Mentre traducevo il libro durante una delle più calde estati di tutti i tempi, una sera che mi girava la testa da matti sono andato a dormire presto, e la mattina mi sono alzato di buon’ora per ricominciare a tradurre. Quella sera, proprio quella sera, Tommy Ramone se ne stava andando e l’ho scoperto alle sei del mattino. Molto, molto toccante. Per questo con Monte abbiamo aggiunto delle foto e del testo, rendendo quindi la versione Italiana la più completa a tutt’oggi.
I giorni della presentazione del libro, a Treviso, sono stati epici e indimenticabili.
Il seguito della prima edizione, beh, sta per uscire in America una bonus edition con 40 pagine in più che comprende nuove informazioni e nuove foto, assieme alla copertina di John Holmstrom con un titolo ancora più colorato! “Veggente Extraordinaire” (Cit.) 😉

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Regalaci un tuo aneddoto sui Ramones.
Guarda, ho saputo delle cose inenarrabili che non sono contenute in nessun libro. Posso dirti ad esempio che Johnny Ramone ha dato il promo di Rocket To Russia in mano a John e gli ha detto, “Vai a casa, accenditene una e ascoltalo, poi disegna una cosa per ogni canzone”. John ci ha raccontato questo proprio lungo la Second Avenue, mentre ciondolavamo per la Lower East Side con lui che raccontava, mostrandoci dove sono i ristoranti Indiani dove Joey stava, “eating chicken vinda-a-loo”.
Già sono uno che dorme poco perché faccio fatica a rallentare il cervello, figurati con cose come questa che ti arrivano così, come la brezza sul viso mentre attraversi una strada di New York circondato dalla Storia Della Musica. Quelle canzoni, scritte da quattro ragazzi che hanno cambiato il mondo con quello che avevano, facendo di necessità virtù e introducendo un tratto indelebile tanto palese al giorno d’oggi,  arricchite da aneddoti così regalano un’insonnia perpetua.the-warriorsQuali sono i tuoi album preferiti dei Ramones, i tuoi film preferiti ambientati a NY e gli scrittori newyorchesi preferiti? 
Tough Task my son.
Decisamente i due RTR – Rocket To Russia e Road To Ruin: le versioni expanded della Rhino sono FANTASMAGORICHE. Ex equo, mi gioco il loro esordio e Leave Home, che amo particolarmente. Ognuno di essi ha un suono eccezionale e un songwriting che mi emoziona ancora come il primo giorno. Come l’amore.
Film: assolutamente The Warriors – con i Denims ho scritto testo e musica di una canzone intitolata “Ajax Is Well” – che è quintessential NYC: ne possiedo tre versioni diverse sia in Italiano che in Inglese, e anche due versioni della colonna sonora strepitose. Poi, Taxi Driver: troppo ben fatto e troppo New York. Sento addirittura gli odori, quando lo guardo. Ne possiedo una versione con interviste allegate che valgono quasi come un altro film.
E il terzo, durissima. Posso dirti, Dressed To Kill – la scena a Columbus Circus mi fa fermare il cuore, più di Angie Dickinson nuda; Superfly, splendidamente sincero e iconico; Serpico, scarno e spietato, con dettagli irripetibili.
Molte serie televisive girate a NYC sono strepitose: Mr. Robot, Good Girls Revolt ed Elementary.
Per quanto riguarda gli scrittori, tra tutti i classici quella che mi ha proprio emozionato è Patti Smith, che scrive veramente, veramente bene.

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“Since Day One” è il titolo dell’esordio dei Denims, con 12 canzoni originali.

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Questa sera ti vedremo in concerto a New York con la tua band, che bomba bro…
Recentemente, sono riuscito ad intercettare proprio nella tua Trieste Jesse Malin per uno show acustico, e gli ho raccontato sia dal vivo che via mail di me e del fatto che sarei tornato a New York con amici e musicisti. Ho pensato per giorni cosa mettermi – ingegnandomi in ciò che chiamo affettuosamente “totolook” – e ho scelto un maglione di Marc Jacobs a righe nere e rosse, una baseball jersey degli Zen Guerrilla nera e rossa, Levi’s orange tab dei 70’s, adidas london (nere e rosse) con calzini a righe Fred Perry uguali al maglione, un foulard blu scuro in seta con motivo del logo presidenziale di Reale (uguale a quello che ho regalato a Danny Fields) e un giubbino in denim Maverick anni 60. Aaahahahaa, si capisce che un’altra delle mie passioni è il vintage?!? Fatto sta che dopo un mese ho ricevuto una mail, senza che avessi detto “a”, nella quale mi invitavano a suonare in uno dei suoi club. Da qui è partita una super organizzazione supplementare del viaggio e così mercoledì 22 maggio saremo di scena con Denims, On My Arms e Duracel alla Bowery Electric (327 Bowery) con la nostra serata live denominata THE ITALIAN AFFAIR, e ci sarà “Da Dee Dee Vertirsi!”
Ci saranno dei Punk originali a vederci, già questo vale il prezzo del biglietto 😉

Chissà se riuscirò a dormire
RR – RR
Perché la città è nostra e noi la vogliamo

Daghe Roger! Grazie per l’intervista, l’entusiasmo e le super chicche! 

Intervista a Giuseppe “u.net” Pipitone.

Giuseppe “u.net” Pipitone è uno dei massimi esperti di cultura Hip Hop a livello mondiale. For real. No monade. Grande stima e rispetto. Attualmente è ad Harvard come ricercatore. Si presenta così ai lettori di questo blog:

Father & Husband.

Activist & Author.

Lover of Black history and Hip Hop culture.

Believer in the power of oral history.

NAS Fellow 2018-2019.

Giuseppe “u.net” Pipitone ha pubblicato:

2006 – Bigger Than Hip Hop. La nuova resistenza afroamericana. (Agenzia X)

2008 – Renegades of Funk. Il Bronx e le radici dell’Hip Hop. (Agenzia X)

2012 – Louder Than a Bomb. La rivoluzione del rap. (Agenzia X)

2016 – No Half steppin’: An Oral and Pictorial History of New York City Club the Latin Quarter and the Birth of Hip-Hop’s Golden Era. (Wax Poetics Books)

2016 – Unstoppable, a documentary project on the early stages of Hip Hop in London.

2016 – Don’t Believe the Hype. Ferguson, BLM e Hip Hop.

2018 – Stand 4 What. Razza, Rap e attivismo nell’America di Trump. (Agenzia X)

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Ciao Giuseppe, grazie per questa intervista! Partiamo da Harvard. Dal 2013 NAS finanzia con un’apposita fellowship (una sorta di assegno di ricerca) studiosi e artisti che abbiano approfondito le tematiche dell’Hip Hop in maniera eccelsa, tu hai ottenuto questo riconoscimento prestigioso per l’anno accademico in corso. Sei il primo straniero a ricoprire questo incarico. Complimenti! Come sta andando? Raccontaci…

Che dire Ricky… sto vivendo di sicuro una delle esperienze più importanti della mia vita. L’idea di andare ad Harvard con la NAS Fellowship è qualcosa che non avrei osato immaginare nemmeno nei miei sogni più arditi. L’esser incluso in un gruppo di storici, antropologi, musicologi che rappresentano l’eccellenza in ambito di studi afroamericani, oltre ad esser un onore, mi sta offrendo l’opportunità di avvicinarmi ad ambiti di studio di cui conoscevo poco o di cui ero riuscito solo a scalfirne la superficie. L’Hip Hop Archive and Research Institute è situato all’interno dell’Hutchins Center (il dipartimento di studi africani e afroamericani diretto da Henry Louis Gates jr) ed, insieme al sottoscritto, quest’anno ci sono Pablo Herrera Vetia, il produttore il cui sound ha caratterizzato la scena Hip Hop cubana anni 90, e Akua Naru, poetessa ed MC. Questa fellowship mi ha offerto la possibilità di dedicarmi interamente alla scrittura di un nuovo progetto avendo accesso a tutte le risorse di questa università. Il 13 marzo scorso ho tenuto il mio colloquium talk, dal titolo How’s Life In London, e lasciami dire che ho spaccato! L’obiettivo per i prossimi mesi è quello di terminare la mia storia orale sulla scena Hip Hop nella Londra degli anni 80 e sfruttare al massimo le opportunità che questa esperienza mi offrirà. Ovviamente spero di aver l’onore di incontrare NAS e ringraziarlo di persona.

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Come puoi immaginare, sono interessato al tuo rapporto con New York. Quante volte ci sei stato? Che sentimenti nutri nei confronti di questa città? Cosa ti piace?

A questa domanda non saprei risponderti con precisione… dalla fine anni 90 a oggi credo di esser stato a NYC, per periodi più o meno lunghi, almeno una ventina di volte. Questa città è entrata nel mio immaginario sin dall’adolescenza grazie ai film quali I guerrieri della notte e Fa la cosa Giusta (solo per citare due classici) e alla musica rap, che tanto ha significato anche per il mio percorso personale. È una città che mi ha sempre affascinato moltissimo, a tratti emozionato: acciaio, cemento e vetrine intrise di vita e di storie. Un crogiolo di usanze, culture e cibi diversi, con contrasti e diseguaglianze tanto netti da aver sempre presente ‘a che parte appartengo’. La velocità e il susseguirsi di eventi ed esperienze che si possono vivere in una sola giornata la rendono qualcosa di unico al mondo, o perlomeno nel mio mondo. È il luogo nel quale sono nate diverse esperienze politiche radicali, ma è anche il luogo dove è nata la cultura Hip Hop. Insomma potrei dire che questa città rappresenta la sintesi dei miei desideri, interessi e aspirazioni.

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Ti chiedo di raccontarci almeno 3 tuoi luoghi preferiti della Grande Mela.

Il Nuyorican Poets Cafè e Revolution Books sono stati e sono tutt’ora due luoghi fondamentali della mia NYC. Verso la fine degli anni 90 il Nuyorican è stato un laboratorio culturale incredibile situato nel cuore di Alphabet City nel Lower East Side, a Manhattan. Le serate open mic che si svolgevano ogni weekend erano momenti creativi incredibili di confronto e scontro tra MC in una atmosfera di gioia e condivisione difficile da descrivere; quelle serate erano il luogo d’incontro della parte più politicizzata della cultura Hip Hop. Il Nuyorican rimane testimone di un quartiere di forti lotte sociali e sperimentazione artistica in un contesto ormai del tutto gentrificato. Revolution books è da sempre la mia libreria preferita nonchè il luogo dove scoprire di eventi e incontri di carattere politico; grazie ad un flyer trovato proprio in quella libreria, all’epoca situata sulla 19esima strada tra la Quinta e la Sesta, sono andato alle riunioni della Mumia Coalition, entrando così in contatto con diverse organizzazioni e militanti. Sono luoghi in cui cerco di andare ogni volta che mi trovo a NYC. Per la terza opzione potrei citarti West 4th, dove ho passato pomeriggi interi guardando partite su partite di street basketball, fumando erba, ma la risposta che sento di darti, invece, tira in ballo la metropolitana, mezzo di trasporto indispensabile per chiunque passi da NYC e luogo dove, necessariamente, ci si passano molte, molte ore, sia di giorno che di notte. Nella metropolitana di NYC si è esposti a un campionario umano non indifferente, fonte di numerose riflessioni e scritti.

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Scegli una canzone che rappresenta la quintessenza di New York. E motiva la tua scelta.

La canzone che rappresenta la quintessenza di NYC per il sottoscritto è NY State of Mind di NAS. Un pezzo meraviglioso tratto dal primo album dell’MC, Illmatic. La New York che NAS racconta è lontana dalle immagini più comuni e dai luoghi frequentati dai turisti: le sue rime ci portano a Queensbridge, nel Queens. NAS dipinge in rima delle fotografie di vita in alcune delle zone più depresse e pericolose della città; Mark Anthony Neal paragona quelle liriche all’opera fotografica di Gordon Parks e a quella poetica di Langston Hughes. Quel campione di piano, le percussioni incalzanti e il sample con la voce di Rakim compongono il beat di Premier che insieme al flow, alla voce e alla poesia di NAS rendono il pezzo una delle descrizioni più affascinanti della città. A mio avviso, NY State of Mind è anche una delle migliori canzoni di NAS e, la leggenda vuole che l’abbia scritta in studio mentre Preemo realizzava il beat e l’abbia registrata in un solo take. Devo ammettere che in uno dei miei primi viaggi, sono andato a Queensbridge a cercare il project dove era cresciuto NAS per vedere e cercare di comprendere l’ambiente che avesse ispirato quella canzone e che aveva così colpito il mio immaginario.

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Consigliaci un disco, un libro, un film/serie tv che riassumono perfettamente lo spirito dell’hip hop delle origini, l’old skool newyorchese.

Disco: Se parliamo di old school ti cito Sugar Hill Records Story, 4 cd con un libretto interno con la storia dell’etichetta e dei suoi gruppi (SugarHill Gang, Gm Flash and the Furious 5, Sequence, Busy Bee e molti altri).

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Libro: Un libro poco conosciuto, una storia orale sulla old school, Yes Yes Y’All di Charlie Ahearn.

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Film: senza alcun dubbio Wild Style sempre di C. Ahearn. Ma potrei dirti anche Beat Street, Style Wars e il più recente Rubble Kings.

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Grazie di cuore bro! Daghe!

 

Intervista a Stefano Isidoro Bianchi, editore e direttore della rivista Blow Up.

Stefano Isidoro Bianchi (Cortona, 1961) è editore e direttore della rivista Blow Up, nata come fanzine nel 1995, trasformata in rivista nel 1997 con la nascita della Tuttle Edizioni e approdata in edicola nel 1998. Tra il 1996 e il 1997 ha collaborato con le riviste Dynamo e Il Mucchio Selvaggio. Ha pubblicato Post Rock e oltre: introduzione alle musiche del nuovo millennio (con Eddy Cilìa, Giunti 1999), Prewar Folk: The Old, Weird America (1900-1940) (Tuttle Edizioni 2007), Suicide: il blues di New York City (Tuttle Edizioni 2017) e The Red Crayola: la tempesta perfetta (Tuttle Edizioni 2018) e ha curato Rock e altre contaminazioni (Tuttle Edizioni 2003) e The Desert Island Records (Tuttle Edizioni 2009). Nel 2004 ha partecipato al convegno internazionale “Nuovo e Utile”, i cui atti sono stati pubblicati nel volume La creatività a più voci, a cura di Annamaria Testa (Laterza, 2005).

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Ciao Stefano, grazie per questa breve intervista! Sei mai stato a New York? Raccontami quando, i tuoi ricordi, il primo impatto, le tue sensazioni…

Ho visitato New York tre volte e l’ho amata talmente tanto sin dal primo giorno che potrei scrivere un libro sull’impatto, i ricordi, le sensazioni. È il mio sogno di bambino e di adulto, il luogo dove vorrei essere nato e sempre vissuto. Detto naturalmente con l’occhio del turista, adoro la frenesia che vi si respira, il senso di libertà che trasmette, il caos che l’anima, le improvvise oasi di pace, i quartieri, le diversità, i mille odori e colori. Vivere a New York ti dà l’impressione di essere contemporaneamente nell’intero mondo, allo stesso tempo nel suo centro e nella sua più sperduta periferia, come se cento metri equivalessero a cinquemila chilometri. Ti pare che tutto sia a portata di mano, ti comunica un senso di onnipotenza, l’idea che non esistano limiti. Nessun’altra città ti dà queste sensazioni. La Downtown, Harlem, Williamsburg, Coney Island, Wall Street, la Lower East Side. Il mondo. Non puoi capire quanto ti invidio.

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Stefano Isidoro Bianchi a New York

Hai scritto un libro bellissimo sui Suicide… Negli ambienti underground della Big Apple si continua a celebrarli. Secondo te sono ancora influenti, “pericolosi” e attuali nel 2019?

Ti ringrazio per l’apprezzamento, tengo molto a quel libro. I Suicide saranno sempre influenti e pericolosi, almeno fino a che esisterà un under e un over, fino a che ci saranno l’emarginazione, la disperazione, il vuoto e qualcuno che urlerà al mondo tutto l’amore che serve a riempirlo.

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Quali sono gli altri gruppi o artisti newyorchesi a cui dedicheresti volentieri un libro o una copertina di Blow Up?

A molti di essi ho già dato una copertina ma ancora troppi ce ne sarebbero… New York è indiscutibilmente la capitale del rock nelle sue forme più avanzate, irrispettose, sperimentali, visionarie. Nessuno di noi può farne a meno.

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Scegli un disco, un libro, un film e un’opera d’arte che secondo te sono la quintessenza di New York.

So di essere banalissimo ma per i dischi ti dico il primo dei Velvet Underground e il primo dei Suicide; però se devo scegliere una singola canzone ti dico New York City Serenade di Bruce Springsteen perché questa è una città che sa anche essere molto romantica. Per i film ti dico Manhattan di Woody Allen e La 25a ora di Spike Lee: il monologo di Edward Norton davanti allo specchio è la più struggente dichiarazione d’amore a NYC che io abbia mai visto e ascoltato. Per il libro senz’altro Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr. E infine per l’opera d’arte… be’, New York nella sua interezza è un’opera d’arte che si autorappresenta continuamente; è un essere vivente.

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Consigliaci un progetto musicale contemporaneo newyorchese che dobbiamo assolutamente ascoltare.

Ce ne sono talmente tanti che non ho neanche l’imbarazzo ma il panico della scelta… Mi salvo in corner facendoti un nome che non è affatto nuovissimo ma ancora troppo poco conosciuto: Dirty Projectors.

Daghe Stefano! A presto! Ci vediamo a New York!

Blow Up presenta Grand Tour New York pt. 1

Con la complicità del mega direttore galattico, il granitico Stefano Isidoro Bianchi, pubblico qualche stralcio del reportage su New York, GRAND TOUR, che ho scritto in 4 puntate, sul mensile BLOW UP – Musica e Altri Effetti Collaterali.

Per acquistare gli arretrati, tutte le info e i dettagli: http://www.blowupmagazine.com

Per prenotare un mio Walking Tour a New York: http://www.rickyrusso.com

20% di sconto su ogni Tour agli abbonati di Blow Up!

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NEW YORK pt. 1:

Union Square e East Village

New York è ancora il centro del mondo, la capitale culturale degli Stati Uniti, la città dei sogni e delle grandi opportunità. NY State of Mind. Uno stile di vita. La città che non dorme mai. Dove il cielo è il limite. E soprattutto dove il motto è If I can make it there, I’ll make it anywhere. Sono circa 55 milioni i turisti che la visitano ogni anno (600 mila italiani) e sono sempre tantissimi gli immigrati che la scelgono per tentare una vita migliore (anche se la situazione dei visti lavorativi nell’era Trump si è fatta più complicata). La Grande Mela è una metropoli frenetica, luccicante, in continua evoluzione. New York corre alla velocità della luce e il cambiamento sembra ormai l’unica vera costante. Eppure, il vero newyorchese è una persona molto nostalgica, che rimpiange i bei tempi passati. “You are a New Yorker when what was there before is more real and solid than what is here now” ha scritto Colson Whitehead nel libro di saggi sulla sua città natale, “The Colossus of New York”. Un tempo, neanche troppo remoto, la Big Apple era una città selvaggia e pericolosa, dove gli artisti e i creativi però potevano vivere con poco. Oggi, ahimè, tutto è carissimo, a partire dagli affitti esorbitanti e la città ha subito un processo esteso e radicale di gentrificazione (riconversione e imborghesimento di molte aree appartenute storicamente alle classi popolari). Il lato positivo è la diminuzione drastica della criminalità, NY è diventata molto sicura. Il lato negativo, invece, è la riduzione degli spazi e delle possibilità, in particolare a Manhattan, per la nuova generazione di artisti emergenti. Ovviamente non tutto è perduto. L’eco del glorioso passato rimane una fonte di ispirazione nel presente. Se amate il rock’n’roll o semplicemente volete vedere da vicino quella che è stata definita la capitale della Controcultura, l’East Village fa decisamente al caso vostro e potrebbe essere il punto di partenza per visitare la città. L’East Village, infatti, rimane ancora oggi un quartiere creativo, colorato, pieno di bar, club, ristoranti e negozi. La nostra prima tappa alla scoperta di New York inizia a Union Square. […]

…segue per 5 pagine nel numero 236 di Blow Up – Gennaio 2018 

 

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JOHN VARVATOS

Le foto del reportage sono di Mauro Clerici

 

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NY GROOVE – ESCURSIONE EAST VILLAGE (St. Marks Place, 2nd Avenue, Tompkins Square, Alphabet City, Bowery…) –  è un viaggio nei luoghi più rock’n’roll della Grande Mela. Sulle tracce dei Ramones, Velvet Underground, New York Dolls, Led Zeppelin, Rolling Stones, Clash, Iggy Pop, Madonna… Nei posti dove sorsero i leggendari locali da concerto Max’s Kansas City, Palladium, Fillmore East e CBGB. Questo mio walking tour celebra alcuni musicisti che hanno marchiato a fuoco la storia del rock’n’roll ed alcuni locali che sono stati un trampolino di lancio per star planetarie e un punto di incontro per molti artisti, poeti, personaggi eccentrici della scena newyorchese.

 

Quando:

Ogni Venerdì alle 2.30pm (anche su richiesta in altri giorni e orari). 

Durata:

3 ore.

Punto di ritrovo: 

Union Square, davanti alla libreria Barnes and Noble.

Costo:

Minimo 2 persone:   $65 a persona

Minimo 4 persone:   $50 a persona

Minimo 10 persone: $45 a persona

 
Prenotazioni:
 
Mail (info@rickyrusso.com) oppure WhatsApp (+1 347 619 4768).
 

 

Riprendono i miei collegamenti mensili con “Zibaldone”, a cura di Steven Forti, su Radio Contrabanda (Barcellona).

A partire da venerdì 28 settembre, una volta al mese, sarò nuovamente ON AIR in Spagna.

“Zibaldone” è un programma in italiano dell’emittente libera barcellonese Radio Contrabanda, 91.4 FM sul litorale catalano, in streaming all over the world qui.

La trasmissione è ideata e condotta dal totemico Steven Forti e va in onda ogni venerdì dalle 18 alle 20. Potete ascoltare i podcast qui.

Nella puntata del 28/9, all’interno della mia rubrica newyorchese, presenterò il disco postumo di Prince “Piano & A Microphone 1983” (Warner Bros.) e il terzo album dei Sons of Kemet “Your Queen Is A Reptile” (Impulse!).

Sintonizzatevi!

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